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Palazzo di giustizia di Chiara Bellosi

Nel tribunale di Torino sta per cominciare il processo ad un benzinaio che ha ucciso, mentre fuggivano, uno dei due rapinatori che gli avevano sottratto l’incasso; l’altro, sopravvissuto, si trova anch’egli in aula, dietro le sbarre. Fuori aspettano Domenica, figlia del benzinaio, e la compagna del rapinatore Angelina con la figlia Luce. Quando inizia il dibattimento tra le due donne c’è un malcelato astio, ma la giornata intera trascorsa a palazzo di giustizia in attesa della sentenza farà emergere altri aspetti. Il film di Chiara Bellosi, quasi interamente girato nell’aula del tribunale e nello spazio antistante, racconta di un’ordinaria giornata in un palazzo di giustizia. Ci sono imputati, vittime, carnefici, con ruoli non sempre ben definiti che passano il loro tempo tra le preoccupazioni per la loro sorte e per quella dei famigliari che li attendono e ci sono i famigliari che condividono le stesse emozioni seppur in luoghi diversi e con modalità diverse. Quello che emerge è che mentre va in scena un evento certamente importante come una causa, nei corridoi e nelle sale d’attesa avvengono una serie infinità di piccoli eventi che coinvolgono tutti e che danno pienamente l’idea che la vita scorre e che può, tutto sommato, ancora portare cambiamenti. Come dire, anche di fronte a quello che sembra un blocco paralizzante della vita, le trame che continuano a intrecciarsi, a emergere, nei dettagli della quotidianità, ci dicono che la vita continua a scorrere e a portare le sue opportunità di essere vissuta, perché il finale della storia (e della causa) è meno importante di quanto si possa pensare, anzi, non si conosce.