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Nell’estate del 1990 mentre in Italia si giocano i campionati del mondo, l’Iran è scosso da un violento terremoto, proprio nella zona in cui Kiarostami aveva girato qualche anno prima il suo “Dov’è la casa del mio amico”. Kiarostami torna quindi, con il suo alter ego attore, a fare visita ai luoghi del terremoto con l’intenzione di verificare le condizioni di salute dei protagonisti del suo film precedente.
Kiarostami offre il suo tributo al neorealismo italiano con questo lavoro che è il secondo della cosiddetta “trilogia di Koker”. Il regista lavora continuamente sul distanziamento dai fatti che vengono raccontati con i suoi metodi di messa in scena. Il posizionamento della macchina da presa segue una sua logica esterna ai fatti e si dissocia regolarmente dallo sguardo dei protagonisti. Diventa quindi un discorso sul dispositivo della visione in senso ampio. E lo stesso uso dei movimenti di macchina e della ripresa, instabile incerto, sempre pronto a far cadere quella breve certezza che si crea nello spettatore è rappresentativo della instabilità causata dal terremoto. Torna dunque quella forma tipica del cinema moderno, il girovagare senza uno scopo particolare, un muoversi nello spazio con lo scopo di registrare l’ambiente intorno. Dove la narrazione è ridotta al minimo e allo spettatore è offerta una esperienza che ricalca da vicino quella dei protagonisti

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