complicità tra vittima e carnefice

Ricky e Abby hanno due figli, sono parte della working class inglese, sempre a corto di disponibilità economiche e con poche possibilità di realizzare i propri sogni di una vita migliore. Ricky però decide di tentare il salto: acquista un furgone, vendendo la macchina della moglie, e comincia a lavorare come corriere, in franchising. Ben presto il lavoro si rivela totalizzante, senza nessun diritto e con un boss che non ha nessun tipo di coscienza umana verso le difficoltà dei suoi lavoratori. Lo stress di Rick si riflette inevitabilmente sul nucleo familiare.
Ken Loach illumina con sguardo lucido, senza sconti al mondo del lavoro inglese, e sceglie quello che è ormai divenuto quasi un archetipo, il settore del delivery. Con la consueta abilità nel ricostruire dettagliatamente la periferia inglese, il film diventa una denuncia contro il modo in cui viene gestito il mondo del lavoro e sulla modalità di adattamento dei lavoratori. Da una parte è evidente la modalità sprezzante di chi gestisce il business che ormai è esclusivamente legato al profitto, dall’altro pare che in questo corto circuito sia presente una certa complicità della parte debole. È possibile in qualche modo sottrarsi a questo gioco carnefice vittima che sembra inevitabile? C’è ancora possibilità di scegliere tra una vita fatta difficile dal punto di vista economico e quella impossibile che scaturisce dal partecipare a questa giostra folle? Il protagonista per stare al passo coi ritmi insostenibili del lavoro è necessariamente costretto a perdere contatto con il proprio nucleo famigliare, con i figli, che entrano in crisi, e in ultima analisi, fondamentalmente con se stesso. Il tentativo di migliorare le proprie esistenze si trasforma in una crisi che sembra irreversibile, ed è difficile distinguere tra lo sguardo pessimista di Loach e l’evidenza di una realtà quotidiana davvero complessa.

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