produrre resilienza

Roma è il nome di un quartiere borghese di Città del Messico, dove Alfonso Cuaron è cresciuto negli anni 60-70. Il film si basa su una struttura circolare, il dramma comincia quando il padre in strada saluta la moglie per un viaggio misterioso mentre sta passando una banda musicale e si conclude quando la famiglia rientra da una vacanza al mare che sarà rivelatoria, mentre in strada passa la stessa banda musicale. Nel mezzo si sviluppano una serie di circostanze drammatiche in cui il tratto comune è la perdita delle illusioni, in particolare rappresentata dall’uomo che se ne va. Se ne va il capofamiglia, se ne va il fidanzato della cameriera e se ne vanno le illusioni degli studenti che protestano nelle piazze. In tutto questo le due donne protagoniste dovranno fare i conti con una realtà nuova che chiederà di rendersi abili a nuove “avventure” e in sostanza a portare a compimento un percorso di emancipazione e crescita. Sullo sfondo il tema sociale della ricca borghesia bianca che domina sui nativi che sono tutti alle loro dipendenze. Per dare equilibrio a questo Cuaron sceglie di fare raccontare la storia a Cleo, la cameriera indios che col suo sguardo porta a conoscenza la quotidianità e i vizi della classe dominante. Lunghissime panoramiche a scoprire i grandi spazi delle ville dei gringos diventano la cifra stilistica di Cuaron che assieme al formato esteso e al bianco nero fanno di questo film un’esperienza visiva molto potente. E’ un film che in molti aspetti contiene il Cinema nei suoi aspetti più importanti, e tra questi spicca l’aspetto fotografico, la messa in scena, la scelta delle inquadrature che danno un grande valore estetico al lavoro. Mi è piaciuto decisamente meno il facile ricorso melodrammatico, l’indugiare morboso sui momenti più tragici del film, una scelta che sembra ricercare il pathos con mezzi facili.

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